Cinguettio del pettirosso

Cinguettio del pettirosso

Buongiorno.

Tenerezza è dire grazie con la vita: e ringraziare è gioia perché è umile riconoscimento dell’essere amati” (Bruno Forte). Queste parole di un grande teologo, oltre che vescovo, del nostro tempo, mi invitano a riflettere su questa parola di poche lettere, ma di un’importanza veramente grande: GRAZIE. 

Dire “grazie” non è soltanto una parola di buona educazione, una piccola forma di cortesia, ma è il risultato di un cammino personale e comunitario che testimonia una crescita e una maturazione di vita umana e anche cristiana. E’ anche un modo di verificare la mia fede per capire se i miei “grazie” sono un semplice gesto di gentilezza o scaturiscono dal cuore ingentilendo e profumando tutto ciò che ci circonda. E’ il grazie di quell’unico lebbroso che tra i dieci guariti torna indietro da Gesù per dirgli con tutto il cuore il suo “grazie” (Luca 17,16) “e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo”. Il grazie – afferma un proverbio africano – è la memoria di cuore. E’ il prendere coscienza  che ogni “grazie” fa’ memoria dell’Amore e dell’amare. Un cristiano che non sa esclamare con cuore puro “grazie”, è uno che ha dimenticato il linguaggio di Dio. Non esagero se affermo che per chi legge il Vangelo non c’è niente di più impegnativo che dire «grazie». La differenza sostanziale stà nel fatto che c’è una umanità che prende tutto come gli fosse dovuto e dall’altra parte un’umanità che accoglie tutto come dono. Mi torna in mente un’affermazione di sant’Ambrogio che dice che: ”nulla è più urgente del ringraziare”, perché, spesso, non ci accorgiamo più che godiamo dei beni di questo mondo e che ogni cosa ci è donata, non dovuta! La “perfetta letizia” di san Francesco d’Assisi che scende dal suo cavallo per abbracciare il lebbroso, è la testimonianza che è riuscito a farlo perché lo aveva sperimentato: siamo stati amati prima che imparassimo ad amare; siamo stati desiderati prima che nel nostro cuore spuntasse un desiderio.

Provo a tirar fuori alcuni atteggiamenti contrari al “grazie”. L’ingratitudine la capacità di non ricambiare l’amore ricevuto; l’indifferenza è il disinteresse dell’altro, è una uccisione della dignità dell’altro; la tiepidezza è quell’esitazione che non mi permette di agire, è il solito ritornello ‘domani lo farò’; l’accidia o meglio la pigrizia che ci fa’ rifiutare o provare repulsione per il bene; l’odio risultato dell’orgoglio che nega la bontà ed è sempre pronto ad infliggere castighi.

Non tralasciamo mai di donare il nostro “grazie” e diventiamo sempre più portatori ed educatori di gratitudine.

Buona giornata. Vi e ti benedico.

GRAZIE Signore

Signore, ti ringrazio perché mi hai messo al mondo:
aiutami perché la mia vita
possa impegnarla per dare gloria a te e ai miei fratelli.
Ti ringrazio per avermi concesso questo privilegio:
perché tra gli operai scelti, tu hai preso proprio me.
Mi hai chiamato per nome
perché io collabori con la tua opera di salvezza.
Grazie perché il mio letto di dolore è fontana di carità,
è sorgente di amore.
Di amore per te, anche di amore per tutti i fratelli.
Signore, io seguo te più da vicino, in modo più stretto.
Voglio vivere in un legame più forte
per poter essere più pronto a darti una mano,
più agile perché i miei piedi che annunciano la pace sui monti
possano essere salutati da chi sta a valle.
Concedimi il gaudio di lavorare in comunione
e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri,
pretendo di fare la mia corsa da solo.
Salvami, Signore, dalla presunzione di sapere tutto.
Dall’arroganza di chi non ammette dubbi.
Dalla durezza di chi non tollera i ritardi.
Dal rigore di chi non perdona le debolezze.
Dall’ipocrisia di chi salva i principi e uccide le persone.
Toccami il cuore e rendimi trasparente la vita,
perché le parole, quando veicolano la tua,
non suonino false sulle mie labbra.
(Don Tonino Bello)

 

 

 

 

 

 

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