Pace e Bene

«Che cosa altro hanno fatto di male i Romani quando ai popoli assoggettati hanno imposto le loro leggi se non che lo hanno fatto con grandi stragi di guerra? Se invece avessero operato la stessa cosa attraverso un compromesso essa avrebbe avuto un esito migliore, ma non ci sarebbe stata alcuna gloria per chi invece così poté proclamarsi vincitore» (sed nulla esset gloria triumphantium). Sono notazioni contenute nei libri III e V del De Civitate Dei, il magnum opus et arduum che il vescovo d’Ipp ona portò a compimento intorno all’anno 426. Da sempre le sue articolate considerazioni sulla guerra sono sottoposte al vaglio degli studiosi, da sempre sono utilizzate — talvolta strumentalizzate — per esaminare le ragioni politiche di eventi bellici della storia. Ad Agostino non interessa una teoria sulla guerra, sulla pace, sul potere, sul cambiamento di regimi politici, sulle leggi civili. Agostino, partendo da quel fatto non dovuto che è l’avvenimento della grazia (fatto in cui egli stesso era stato ed era coinvolto gratuitamente), osserva realisticamente come la vita di questo avvenimento si svolge nel tempo del suo camminare qui sulla terra. Così, nel vorticoso e tragico procedere degli eventi, le parole del santo africano, in quanto frutto della grazia della preghiera, si rivelano familiari e confortanti anche oggi. Al pari di quelle contenute nel libro XV della sua grande opera, laddove ci ricorda che «in questo mondo, l’intera e somma attività della Città di Dio mentre è pellegrina nella condizione mortale» è porre «la propria speranza nell’invocare il nome del Signore».
Preghiamo per la PACE.
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