
Buongiorno.
Domani, domenica 9 maggio sarà il giorno della beatificazione, nella Cattedrale di Agrigento, del giudice Rosario Angelo Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990. Il giovane magistrato morì per mano di quattro killer della Stidda, la mafia agrigentina, lungo la statale che ogni
mattina percorreva con la sua utilitaria da Canicattì – dove viveva con i genitori – al tribunale di Agrigento. Aveva rifiutato la scorta sebbene consapevole dei rischi a cui era esposto. Il giudice ragazzino, soprannome con cui è passato alla storia, non voleva che “altri padri di famiglia” dovessero pagare a causa sua: viene ucciso, solo, colpito alle spalle.
Nell’udienza al Consiglio Superiore della Magistratura, il 17 giugno 2014, Papa Francesco definì Livatino “testimone esemplare, giudice leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana”. Il 22 dicembre 2020, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che ne riconosce il martirio “in odio alla fede”.
Le ultime parole di Livatino erano state quasi un lamento profetico: «Picciotti, che cosa vi ho fatto?». Come se dicesse: che cosa avrei dovuto farvi e non vi ho fatto?
«Decidere è scegliere, e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni», aveva affermato Rosario Angelo Livatino a un convegno svoltosi a Canicattì il 30 aprile 1986. «E scegliere — aveva soggiunto — è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare […]. Ed è proprio in questo scegliere per decidere che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata».
Buona giornata. Vi e ti benedico.
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