Cinguettio del pettirosso

Cinguettio del pettirosso

Buongiorno.

L’io. Io non mi posso definire girando attorno a me stesso, né ripiegandomi o rinchiudendomi nella gabbia dorata del mio io. Io non sono né il padre né il padrone del mio io. Se il buon samaritano è l’io che trova la propria identità soccorrendo l’altro, allora è vera la parola di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, la smetta di pensare a se stesso (trad. TILC), prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà” (Mc 8,34s).

Rinnegare me stesso non è solo la condizione indispensabile per poter salvare l’altro, ma è anche l’imprescindibile premessa per salvare veramente me stesso. Nell’approssimarmi all’altro, il mio ‘io’ diviene un ‘tu’ per l’altro, e in questo modo viene ad essere con più verità ‘io’. Ne va dell’essere mio e altrui.

L’altro. E’ mio fratello. E da quando Caino ha ucciso Abele, io non posso più dire: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Dal corpo martoriato del povero, sale la voce del sangue e chiama il samaritano a “farsi prossimo”. E’ l’essere-di-bisogno la nuova identità del povero. E’ il bisogno-di-essere che fa scaturire dalla sua umanità fragile e negata il grido di aiuto, l’accorato appello alla salvezza dal naufragio del non-essere. Papa Francesco dedica un passaggio alla nostra parabola, nella sua recente esortazione apostolica Gaudete et exsultate (98): “Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani! O si può forse intendere la santità prescindendo da questo riconoscimento vivo della dignità di ogni essere umano?”.

Dio. Come la ridefinizione dell’io è intrecciata con quella dell’altro, così ambedue lo sono con la ridefinizione di Dio. Infatti – la parabola lo insegna in modo insinuante – la compassione viscerale provata dal samaritano, che lo spinge a farsi prossimo del malcapitato, è la partecipazione dell’amore stesso di Dio Padre che manda suo Figlio a farsi prossimo e buon Samaritano dell’umanità, ferita a morte dal maligno. Papa Francesco, nella stessa esortazione (n. 106) cita s. Tommaso: “Noi non esercitiamo il culto verso Dio con sacrifici e con offerte esteriori a vantaggio suo, ma a vantaggio nostro e del prossimo. Perciò la misericordia con la quale si soccorre la miseria altrui è un sacrificio a lui più accetto, assicurando esso più da vicino il bene del prossimo”.

Buona giornata. Vi e ti benedico.

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