
Ieri ho avuto tante risonanze sul “perdono”, tutte riflessioni giuste e tutte portavano con sé un ”peso” comune: l’incapacità di perdonare alla maniera di Dio. Ma non per questo ci dobbiamo scoraggiare.
Ci sono ferite subite che non si sono ancora rimarginate? Come si può, in quel caso, perdonare? Chi ha subito un grave “male” inimmaginabile, impossibile anche a descriversi, porta con sé una “ferita” che non deve rinchiuderci in noi stessi, ma avere la forza di saper guardare oltre l’apparenza e andare in profondità. Il perdono deve essere qualcosa che emerge lentamente da un cuore che è disposto a sperimentare la tensione tra l’impossibilità e allo stesso tempo la necessità di perdonare. Esso sboccia quando il suo tempo è venuto, come il fiore nel deserto. Non lo si può forzare. Non si possono tirare i fiori senza romperne le radici. Possiamo domandare a Dio di perdonare anche quando il perdono non ha ancora fatto capolino nella primavera dei nostri cuori.
A domani la terza parte!
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