Pace e Bene

La Leggenda del Grande Inquisitore, custodita nelle pagine dei Fratelli Karamazov, è una storia che non si consuma nel tempo e resta sospesa nel vuoto come una domanda sempre aperta. Il racconto — che Dostoevskij attribuisce a Ivan, uno dei quattro fratelli protagonisti del romanzo — è in sé semplice. Cristo ritorna sulla terra, silenzioso, in una calda Siviglia del Cinquecento. Non compie proclami, non annuncia giudizi severi, si mescola semplicemente alla folla. Il suo solo passaggio basta a risvegliare la speranza di molti. La gente lo riconosce, lo acclama, tende le mani verso di lui. Ma quell’entusiasmo desta sospetto e timore. A vegliare sull’ordine costituito c’è il Grande Inquisitore, un vecchio di quasi novant’anni, depositario di un ampio potere politico e religioso. Per lui, il ritorno di Cristo sulla terra non è una benedizione, ma un terribile pericolo. Così, onde evitare sommosse o scandali, lo fa arrestare e, quando va in cella da solo a interrogarlo, gli punta gli occhi addosso accusandolo con parole durissime: «Tu hai dato all’uomo ciò che l’uomo non può sopportare: la libertà». Il vecchio non parla con rabbia, ma con la sicurezza marmorea di chi crede di conoscere a fondo il cuore umano. «Loro non vogliono essere liberi», aggiunge. «Vogliono il pane, i miracoli, l’autorità. Preferiscono inginocchiarsi davanti a chi li protegge, piuttosto che affrontare il peso della scelta quotidiana».
Da riflettere
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