Pace e Bene

ER LEONE RICONOSCENTE
Ner deserto dell’Africa, un Leone
che j’era entrato un ago drento ar piede,
chiamò un Tenente pe’ l’operazzione.
— Bravo! —je disse doppo — Io t’aringrazzio:
(5) vedrai che te sarò riconoscente
d’avemme libberato da ‘sto strazzio;
qual’è er pensiere tuo? d’esse promosso?
Embè, s’io posso te darò ‘na mano… —
E in quela notte istessa
(10) mantenne la promessa
più mejo d’un cristiano;
ritornò dar Tenente e disse: — Am i c o ,
la promozzione è certa, e te lo dico
perché me so’ magnato er Capitano.
Nel Trilussa favolista brilla molto ancora oggi della sua fama. Gli animali parlanti che riflettono le piccolezze umane sono un monumento alla sua memoria, che fa pensare mentre strappa un sorriso. Tra le favole che il poeta rimoderna, ribaltandone la morale antica, fa sorridere allora la vicenda d’er Leone riconoscente che echeggia la storiella di Fedro Androclo e il leone, croce e delizia degli studenti del ginnasio. Riassunta in breve: Androclo, schiavo di un console romano in Nord Africa, un giorno scappa, vaga per il deserto e in una caverna s’imbatte in un leone ferito alla zampa da una grossa spina. Androclo lo libera dal tormento e il leone promette che non dimenticherà il gesto. Quando poi lo schiavo viene catturato e buttato nell’a r e n a per essere mangiato dalle fiere, il leone lo riconoscerà risparmiandolo e anche il padrone sarà altrettanto magnanimo dandogli la libertà. Bene, nulla di così e s e m p l a r e brilla nella belva trilussiana. O appunto, brilla a rovescio. Se il tormento è simile (spina-ago) e i liberatori (Androclo-Tenente) si adoperano in modo analogo, il problema sta nell’espressione della riconoscenza: l’ufficiale si ritrova promosso perché il “nobile” leone si è sdebitato eliminando il capitano (e, per inciso, riempiendosi pure la pancia).
Serena giornata
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