Padre Paolo Dall’Oglio S.J.

Dodici anni fa veniva rapito Padre Paolo Dall’Oglio, in Siria. La sua storia, i suoi ideali, il suo straordinario coraggio. Il suo sogno, di un cristianesimo che si confronta, in mezzo all’Islam. Era il 29 luglio 2013, il padre gesuita romano Paolo Dall’Oglio venne rapito a Raqqa, dopo trent’anni di lavoro per il dialogo e la convivenza tra le diverse confessioni religiose in Siria.
Era appena rientrato nel Paese, che aveva dovuto lasciare nel 2012 su richiesta della Chiesa e delle autorità civili, dopo che il suo monastero, Deir Mar Musa, era stato oggetto di un’irruzione da parte di uomini armati. Il governo siriano non vedeva di buon occhio l’attività di padre Dall’Oglio, pubblicamente critico verso le repressioni del regime, e a novembre 2011 aveva minacciato la sua espulsione, concretizzata poi il 16 giugno 2012. Paolo aveva deciso di rimanere in Siria fino a quando fosse stato possibile, ma a quel punto fu costretto a partire, anche se la sua lontananza dal Paese sarebbe stata breve.
In questo stralcio del volume padre Paolo risponde a chi lo interpellava sulla guerra civile:
«In questi giorni i media mi chiedono: «Qual è la sua posizione sulla possibilità di una guerra civile? Qual è la sua posizione sull’armamento dell’opposizione?». Rispondo: «Sono un monaco nel deserto! Volete che mi schieri con un esercito contro un altro, o con un gruppo contro un altro, o con uomini armati contro uomini armati, quando la vera e profonda necessità è quella di rifiutare la logica del conflitto armato?». Per questo, in un lampo di follia, ho chiesto che 50 mila volontari non violenti e pacifici venissero in Siria a spegnere l’incendio con le loro vesti. L’ho vista come una responsabilità della comunità globale di fronte a questa crisi localizzata, che è però parte integrante di questioni internazionali. (…)
Non sappiamo cosa succederà nel Paese, e io non sono un indovino, ma un monaco in un monastero nel deserto. Ma dico: senza un atteggiamento di rinuncia, anche della forza, per affrontare la questione della violenza, la maledizione continuerà a colpire la nostra società e la comunità internazionale. Senza un atteggiamento di rinuncia, possiamo solo far nascere i nostri figli nella violenza, nella lotta e nell’odio, e questo è ciò che non vogliamo più. La nostra posizione riguarda la Siria di oggi, di domani e di dopodomani. Quindi considerate bene dove collocare la vostra scelta, dove collocare la vostra dimensione e dove collocare le vostre energie. (…)
Penso che, di fronte a questo conflitto in cui si ricorre sempre di più alla violenza (e non alla «forza»), dobbiamo custodire il maggior numero possibile di persone pacifiche, miti, ma anche attive, che lavorano per i diritti umani, che si prendono cura degli sfollati, ecc. Ci sono mille modi di fare resistenza non violenta contro l’ingiustizia – con le immagini, con le parole, con la penna – affinché si apra un ponte (e non parlo solo dei cristiani, ma di tutti i cittadini) e affinché sia assicurata una cartilagine morbida a questo ginocchio di ossa che sfregano tra di loro, in guerra!».
E ancora non sappiamo se sia vivo o morto …
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