Se non sei vaccinato, io rispetto la tua libertà, ma anche tu rispetta la mia libertà e la mia “fragilità di salute”, almeno metti la mascherina FFP2. Io ho fatto la terza dose del Vaccino anche per salvare te. GRAZIE.

Questa settimana vi rimetto le riflessioni di ogni giorno tutte insieme … divise per giorno … a domenica prossima.
Lunedì 8
A sei km a nord est di Gerusalemme si incontra un piccolo villaggio: Ananot. Nel 626 a.C. un giovane Geremia, timido ed impacciato riceve la sua vocazione di profeta. In questa settimana, in maniera molto succinta, metteremo in evidenza alcuni passaggi interessanti anche per la nostra vita-storia. “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” (Geremia 1,5). L’inizio assoluto della vita di Geremia precede la sua nascita, anzi persino la sua concezione nel grembo materno. Egli nasce nella mente di Dio, nel silenzio ineffabile dell’amore di Dio; là il profeta è già scelto, consacrato e nominato per una missione universale che deborderà i confini angusti del suo villaggio nativo, Ananot, e della sua patria modesta, il regno di Giuda. Cartesio aveva formulato il famoso principio: ”Cogito, ergo sum”, “penso, quindi esisto”. Geremia ci invita quasi a trascriverlo così: “Cogitor, ergo sum”, “sono pensato da Dio, quindi esisto”.
Martedì 9
“Non si vanti il saggio della sua saggezza e non si vanti il forte della sua forza, non si vanti il ricco delle sue ricchezze. Ma chi vuol gloriarsi si vanti di questo, di avere senno e di conoscere me, perché io sono il Signore che agisce con misericordia, con diritto e con giustizia sulla terra; di queste cose mi compiaccio” (Geremia 9,22-23). Questo dire di Geremia vuole stabilire la vera scala di valori ed esaltare il primato della fede. Affascinante è la ricchezza, ma non per salvare; la potenza conquista, ma non libera dalla morte; la sapienza è il tesoro supremo, ma si arresta di fronte al mistero. Quando l’uomo conosce Dio, lo ama ed entra in comunione con lui, allora sì che la pienezza della felicità è raggiunta. “Deus sitit sitiri”, “Dio ha sete che si abbia sete di lui” (San Gregorio di Nazianzo).
Mercoledì 10
“La mia tenda è sfasciata, tutte le mie corde sono rotte. I miei figli si sono allontanati da me e più non sono. Nessuno pianta ancora la mia tenda e stende i miei teli” (Geremia 10,20). Una tenda beduina sfasciata, le corde che la fissano a terra sono spezzate, il focolare è spento, una donna accovacciata a terra che piange i suoi figli che non sono più. In questo quadro di desolazione Geremia riassume simbolicamente la tragedia di Gerusalemme, ma anche tutte le tragedie della storia, personali, familiari, nazionali. “C’è buio in me, in Te invece c’è luce; sono solo, ma Tu non mi abbandoni; non ho coraggio, ma Tu mi sei d’aiuto; sono inquieto, ma in Te c’è la pace; C’è amarezza in me, in Te pazienza; non capisco le Tue vie, ma Tu sai qual è la mia via” (D. Bonhoeffer nel lager di concentramento in cui era prigioniero).
Giovedì 11
“Tu lo sai, Signore, ricordati di me e aiutami, vendicati per me dei miei persecutori. Nella tua clemenza non lasciarmi perire, sappi che io sopporto insulti per te” (Geremia 15,15). “Non lasciami perire” è il grido che Geremia lancia al Signore, il “responsabile” ultimo della sua vocazione e quindi di questo orribile isolamento. Il messaggero è colpito come se fosse colui che l’ha inviato. E’ quindi al re, che l’ha nominato suo ambasciatore, che tocca farsi carico della giustizia e della difesa del suo servo. Anche se sottoposti ad umiliazioni, resta accesa sempre la fiaccola della speranza, perché Dio nella sua fedeltà, non tradisce il giusto. “Signore, guidami con la tua giustizia di fronte ai miei avversari; appianami dinanzi il tuo cammino. Gioiscano quanti contano su di te, stendi su di loro la tua protezione e in te si allieteranno quanti amano il tuo nome” (Salmo 5,9-12).
Venerdì 12
“Guariscimi, Signore, e io sarò guarito, salvami e io sarò salvato, poiché tu sei il mio vanto” (Geremia, 17,14). Questa appassionata giaculatoria è pronunziata da Geremia durante le persecuzioni a cui è sottoposto dai suoi stessi concittadini ed è un atto di fiducia nell’unico che può liberare dal male. il profeta non ha neppure la sicurezza in se stesso, l’unico suo orgoglio, l’unica sua certezza, l’unica sua speranza è in Dio, il giusto che non tradisce. “La miglior testimonianza che noi possiamo dare della nostra dignità, o Signore, è questo ardente singhiozzo dell’uomo che rotola d’età in età e viene a morire ai brodi della tua eternità” (C. Baudelaire).
Sabato 13
“Una voce si ode da Rama, lamento e pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, rifiuta d’essere consolata perché non sono più” (Geremia 31,15). Rachele, moglie prediletta di Giacobbe, era morta a Rama dando alla luce suo figlio Beniamino. A Rama erano stati aperti i campi di raduno per gli esuli ed è la che il profeta immagina che la donna torni a piangere i figli d’Israele deportati e mai più ritornati. E’ un lamento per tutte le vittime innocenti; Matteo l’applicherà ai bambini uccisi da Erode (2,17-18). Il Signore solo può asciugare le lacrime delle madri come dice appunto Geremia: “Frena i singhiozzi, asciuga le lacrime perché il tuo soffrire sarà ricompensato” (v.16).
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