Pace e Bene

Francesco d’Assisi è ormai alla fine. Cieco, malato, senza quasi più la forza di parlare, davanti a sé non ha che la morte, e lo sa. È quella l’ora in cui in genere l’uomo si ritira nel silenzio per fare i conti con la propria paura, con l’ombra, col limite estremo. Ma Francesco no. Lui sceglie di cantare e affida al mondo, come suo ultimo gesto, una poesia. Non una regola, un dogma, una dottrina da seguire, ma una manciata di parole che accarezzano l’anima: «Laudato si’, mi’ S i g n o r e » . È un gesto disarmante, folle, dissennato. Perché quando senti di non avere più tempo, l’istinto umano è quello di stringere, trattenere, lasciare istruzioni a chi è intorno, provare disperatamente a salvare qualcosa di sé. Francesco invece lascia andare tutto. Non ordina, non spiega, non prescrive: canta. E in questo atto semplice e rivoluzionario sta tutta la sua eredità. Ma non nel senso che diamo di solito a
questa parola. È un’eredità che non pesa, non vincola, non comanda. È un dono libero e aperto, senza confini. Non dice ai suoi fratelli cosa fare nel
mondo, ma come guardare il mondo. Nella cecità Francesco scopre la visione più profonda: tutto è fratello e sorella, tutto partecipa della stessa gloria dell’universo. Il sole che non può vedere, l’acqua che gli rinfresca le labbra, il fuoco che lo riscalda, persino la morte che lo attende. Tutto gli parla, tutto ha un nome caro. Lodare il sole, l’acqua, il vento, la terra, la morte. Lodare ciò che spaventa e ciò che consola, ciò che ferisce e ciò che guarisce. Lodare non per illudersi, ma per riconoscere che tutto ha un senso, anche ciò che non comprendiamo. Lodare è la forma più alta della fiducia. È dire sì al mistero senza pretendere di spiegarlo.
Buona giornata
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