Buongiorno

Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli» (Ma t t e o , 18, 10). Nella prima parte del cosiddetto “discorso comunitario” (18, 1-5), a Gesù viene chiesto dai discepoli di indicare chi è «il più grande» nel regno dei cieli (v. 1): una domanda che sembra far eco alle parole pronunciate precedentemente da Gesù stesso (cfr. Ma t t e o , 5, 19; 11, 11) e che, forse, suppone una visione “politica” del regno stesso (20,25-26). La risposta data dal Signore è una sorta di paradosso: quello che conta, innanzitutto, è convertirsi e diventare come bambini per entrare nel regno (18, 3) e poi farsi piccoli (18, 4) come il bambino posto in mezzo da Gesù per essere grandi (18, 4). L’essere o diventare come bambini non ha niente a che fare con la regressione infantile ma è un vero riorientamento dell’esistenza nella prospettiva della piccolezza: una rinuncia a ogni forma di autoaffermazione e l’accettazione della vulnerabilità e dell’abbandono a Dio come condizione di vita. In questo modo il bambino diviene immagine del discepolo e di Gesù stesso (18, 5), fatto che spiega come il Signore riservi moniti molto aspri per chi disprezza (18, 10) o scandalizza i piccoli (18, 6-9): non solo la cura di Dio per chi è vulnerabile ma anche la custodia di chi è immagine del fiducioso abbandono e, quindi, segno dell’attitudine stessa di Gesù, della sua intima vulnerabilità e abbandono al Padre (18, 10), spiegano la durezza delle parole del Signore.
Buona riflessione
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